Giampiero Arciero: il futuro e il passato della psicoterapia post-razionalista

Giampiero Arciero: il futuro e il passato della psicoterapia post-razionalistaL’origine

Il termine post-razionalismo fu coniato da Vittorio F. Guidano alla fine degli anni ’80 per indicare un nuovo modo di concepire la psicologia caratterizzato dal riconoscimento dell’individuo come irriducibile generatore di significato.  In realtà l’apparire di questo termine definiva un movimento che aveva le sue radici nella rivoluzione cognitiva degli anni ’70 e che si era andato caratterizzando per la particolare enfasi sull’epistemologia considerata come la disciplina di base su cui fondare il programma sia teorico che clinico di una psicologia scientifica.

Quando la psicologia si apprestava a studiare quella scatola nera, la mente, sempre bandita dai programmi di ricerca comportamentisti, il problema della scientificità di quello studio venne risolto dalla nuova corrente cognitiva in due modi. L’uno, caratterizzato da un approccio empirista, che considerò la cognizione come un sistema di convinzioni ordinato gerarchicamente che dirigeva sia le azioni che le emozioni di un individuo funzionando alla stregua di un programma computaziononale. Così come il programma di un computer dipendeva da un ordine logico-matematico esterno, allo stesso modo il sistema di convinzioni di un soggetto si originava da un ordine esterno univoco –la realtà oggettiva- da cui traeva validità e fondamento.

L’altro, di cui Guidano insieme a Mahoney fu uno dei protagonisti, guardò alla cognizione come una dimensione che corrispondeva “all’interiorità” dell’individuo e considerò il ruolo attivo svolto dal soggetto nella costruzione della sua realtà. Ciò poneva però un problema fondamentale a chi aveva la pretesa di studiare scientificamente la mente: l’esigenza di rendere conto “oggettivamente” della interiorità attraverso il rigore del metodo scientifico. Per questo la strada che fu seguita fu quella dell’epistemologia evolutiva (Campbell 1974; Popper 1984), che si basava su una visione dell’uomo inteso come un organismo che ordinava attivamente la propria realtà attraverso la generazione di teorie la cui conservazione o eliminazione era regolata dalla selezione naturale. Utilizzando il linguaggio neodarwiniano Popper diceva: “le mutazioni possono essere interpretate come mosse più o meno accidentali per tentativi ed errori e la selezione naturale può essere interpretata come una maniera di controllare tali mosse, attraverso l’eliminazione degli errori” (pag 316, 1975).

In questo modo veniva assicurata la scientificità della ricerca sulla mente senza rinunciare allo studio della interiorità. Da questa prospettiva infatti la conoscenza veniva fatta corrispondere ad un processo attivo, adattativo e storico che dà luogo a strutture -le teorie- che il vivente genera nel corso della sua relazione con l’ambiente. Ciò permetteva dunque di distinguere la sfera cognitiva in termini di configurazioni stabili che si conservavano nel corso della storia individuale. Il riconoscimento di quelle strutture cognitive nel paziente avrebbe guidato lo studio della cognizione e dei suoi processi oltre che la strategia d’intervento terapeutico.

Lo sviluppo

Il passaggio dal cognitivismo strutturalista alla psicologia post-razionalista prende forma a partire da un cambiamento che trae origine dall’epistemologia evolutiva. Campbell nella sua visione del soggetto aveva sottolineato il carattere di autoregolazione interiore legato alla internalizzazione dei processi di selezione e conservazione delle teorie. Però l’analisi da parte di Campbell dell’autonomia del soggetto era ancora fortemente dipendente dalla prospettiva neodarwiniana sulla relazione organismo ambiente. Il tradizionale approccio al problema vedeva infatti la selezione naturale come specificante i cambiamenti strutturali dell’organismo e considerava l’evoluzione come l’ottimizzazione dell’adattamento all’ambiente. Questo punto di vista è completamente ribaltato agli inizi degli anni ’80 da due pensatori e biologi cileni, Maturana e Varela (Maturana e Varela 1980; Varela1979) che spostano la spiegazione evolutiva sulla dinamica interna di ogni gruppo animale e quindi sulla storia delle trasformazioni strutturali del lineage in relazione ai cambiamenti ambientali. L’aspetto fondamentale è che l’organismo e l’ambiente variano in maniera indipendente. Ne deriva che la relazione unità-ambiente è mantenuta solo se l’unità autonoma è capace di generare entro i limiti della propria organizzazione livelli di referenza in grado di far fronte al cambiamento ambientale. Essa conserva così il proprio adattamento e l’adattamento quindi diviene un invariante (Arciero 1988). La focalizzazione sull’autonomia del vivente conduce ad una analisi dell’unità autonoma come sistema auto-referenziale. Un sistema cioè che, mentre plasma continuamente un suo ordine all’interno di un fluire mutevole e multiforme di stimoli, contemporaneamente distingue il dominio di perturbazioni ambientali significative per il mantenimento della propria identità in quanto sistema. Alla metafora dello scienziato che genera teorie –cara ai popperiani- succede così quella dell’osservatore che attraverso i processi osservativi costruisce un ordinamento di realtà che riflette la sua propria organizzazione percettiva (self-reference). Come diceva Maturana: “Tutto ciò che è detto è detto da un osservatore”.

L’altro aspetto di grande rilevanza che gli studi sui sistemi autoorganizzati promuovono è l’ introduzione nell’ambito delle scienze cognitive di una nuova prospettiva metodologica. Per spiegare il come l’organismo generi un certo significato, l’atto epistemologico nuovo consiste nella costruzione di un meccanismo in grado di produrre come risultato della coerenza interna delle sue operazioni un particolare comportamento, per es. una definito stato mentale. Questo approccio, che può essere caratterizzato come “costruttivista”, si differenziava da quello predittivo delle scienze fisiche fondato metodologicamente sulla anticipazione e sulla previsione secondo principi razionali. Da qui il termine post-razionalismo. Per es., per comprendere perchè un soggetto si comporti in un certo modo nel corso di una particolare situazione ha poco senso elaborare una teoria che permetta di fare delle previsioni sugli atti mentali generati al tempo x da quell’individuo. Piuttosto che prevedere puntualmente la cognizione del soggetto in quel momento specifico come vorrebbe l’approccio predittivo, è assai più interessante ricostruire la dinamica interna di un individuo capace di dare senso ad una serie di avvenimenti secondo una coerenza semantica. Il metodo dunque è quello della ricostruzione -invece che della predizione- delle operazioni del sistema e della loro coesione interna; ricostruzione che deve rendere conto del comportamento osservato come fenomeno emergente dalla dinamica del sistema. Questo approccio si chiamerà costruttivista. A partire da questo modo di concepire la generazione del significato Guidano distinguerà diverse categorie organizzazione della coerenza semantica. Egli parlerà infatti di Organizzazioni del Significato Personale (OSP) per indicare “un processo unitario di ordinamento la cui continuità e coerenza interna vanno ricercate nella specificità delle proprietà formali e strutturali del modo di elaborare conoscenza (cioè flessibilità, generatività, livello di astrazione etc.)” (Guidano pag. 34, 1992).

Orientato da quella stessa differenziazione di invarianti che dieci anni prima egli aveva definito “strutture cognitive”, Guidano baserà la sua distinzione di categorie sulle varie modalità di attaccamento che prendono forma nel corso dello sviluppo individuale. Il mantenimento nel corso dell’arco di vita dei patterns organizzazionali di attaccamento assicurerà da un lato la continuità della propria coerenza interna e dall’altro una autoreferenzialità sempre più articolata dei processi di conoscenza. “Il divenire temporale di un sistema conoscitivo individuale appare quindi come un processo aperto di incessante assimilazione d’esperienza caratterizzato dall’emergere discontinuo, lungo l’intero arco di vita, di livelli più strutturati ed integrati di conoscenza di sé e del mondo; l’affiorare di livelli più strutturanti di conoscenza è sempre il risultato dell’assimilazione di squilibri e discrepanze prodottesi nel corso dell’esperienza, mentre la qualità della riorganizzazione del significato personale che ne risulta dipende dal modo in cui tali discrepanze sono state integrate”. La strategia terapeutica che derivava da questo modo di concepire un sistema conoscitivo individuale per Guidano era centrata, come dieci anni prima, sul riconoscimento di quegli invarianti e sull’integrazione consapevole delle perturbazioni esperenziali nell’ambito della organizzazione di quegli invarianti di significato personale.

La prospettiva attuale

Il fatto che più colpisce in questa impostazione (e che diventa ancora più evidente nella pratica clinica) è che attraverso la messa tra parentesi della realtà e, quindi, con l’apertura della prospettiva sulla dinamica interna del sistema e sulla sua coerenza, il vissuto reale venga fatto corrispondere alla configurazione dei processi interni all’organismo. All’essere storico e temporale che ognuno di noi è, viene contrapposto una idea del Sé come processo (The Self in Process), la cui temporalità è modellata sull’accadere di una serie di istanti anonimi (l’esperienza immediata) concepiti come variazioni strutturali continuamente riassorbite nell’unità del flusso (il riordinamento dell’esperienza). In tal modo l’esserci è compreso come una semplice presenza (l’ousia del libro V della Metafisica di Aristotele) che scorre in un tempo fatto di “ora” immediati: di attimi reali solo nell’istante presente. E’ così che l’atteggiamento teoretico devitalizza l’esperienza vissuta e destoricizza l’esperienza della vita effettiva. Infatti, attraverso quell’atto compiuto per afferrare scientificamente l’organizzazione della conoscenza dell’individuo se ne effettua inconsapevolmente un altro che in realtà cancella la persona. In nome della ricerca della coerenza interna si elimina cioè l’esser mio dell’agire e del sentire, la singolarizzazione occasionale degli atti. Come conseguenza di questa “messa fra parentesi” dell’esperienza reale, la storia della persona, la sua identità, è ridotta ad un ritratto che come un segno zodiacale governa il destino del soggetto a partire dalle prime fasi dello sviluppo fino alla morte (Arciero 2006). E’ così che l’atteggiamento teoretico crede di risolvere il problema della generazione ed organizzazione del significato personale. In realtà, mentre stabilisce il primato della riflessività rispetto agli altri ambiti dell’esistere, non è in grado di interrogarsi su un aspetto di proporzioni ben più rilevanti. Assume cioè senza porla a tema, la prospettiva storico-concettuale secondo cui la modernità ha parlato del sé e della identità. Questa incapacità di far luce sui fondamenti del proprio interrogare fa sì che vengano date per scontate quelle categorie ontologiche -interiorità, continuità, unitarietà– attraverso cui il pensiero moderno ha cercato di concettualizzare l’esperienza in prima persona. E’ quindi inevitabile che sfugga il fatto che quel modo di guardare al soggetto affondava le sue radici in una prospettiva che da Platone attraverso il neoplatonismo, la Scolastica e poi Suarez, Cartesio fino a Kant e alla psicologia moderna coglieva la soggettività alla stregua di una cosa, utilizzando cioè le stesse categorie ontologiche usate per pensare gli oggetti. L’esistenza viene così compresa come il modo di essere specifico di una cosa che appartiene a quella cosa solo sulla base del fatto che è stata prodotta. Il sé, come il vaso del demiurgo, è ciò che attraverso la molteplicità degli atti si mantiene identico nel tempo. E’ upokeimenon come dicevano i greci o subjectum come tradussero i latini. Per l’atteggiamento teoretico è l’organizzazione ciò che si mantiene identico nel tempo. Ma cosa succede se invece di considerare il sé come una cosa lo consideriamo come un chi? Qui si colloca la svolta fenomenologico-ermeneutica del post-razionalismo attuale (Arciero 1989, 2006; Arciero, Bondolfi 2009) Questo domandare inevitabilmente cambia la posizione del problema perché si tratta di dover rendere conto della unicità di una persona a partire dai suoi modi di essere che non sono più riducibili o riconducibili alla dinamica interna di un sistema. Se cioè all’essere del soggetto non vengono più attribuite delle proprietà come ad una cosa prodotta, ma delle maniere di essere secondo le quali di volta in volta la persona che vive nel mondo si avverte in questo o quel modo, allora c’è una differenza ontologica fra l’essere di una stella, l’essere di una rosa, l’essere di una scimmia e l’essere di un uomo. L’essere di un uomo è allora caratterizzato da modi possibili di essere, da maniere di sentirsi vivere: l’esperienza è mia (Jemeinigkeit). E’ il mio essere ogni volta in gioco nelle mie possibilità di esistere, nel miei progetti, nelle mie aspettative, nei miei incontri, nelle mie scelte! Porre il problema del sé in questa prospettiva significa dover rendere conto di un essere sé, di una ipseità, che non è già dato come se fosse un oggetto ma che è sempre nell’atto di farsi. Non si tratta più cioè di afferrare il sé attraverso un atto di riflessione, ma di cogliere il come l’essere sé è presente a se stesso a partire dalle sue possibilità; di come l’ipseità perviene a sé (ad-viene), è cosciente pre-riflessivamente di sé, nella sua quotidianità, nella sua esperienza effettiva, nell’avere a che fare con questo e con quello nelle differenti situazioni del vivere. Questa nuova prospettiva che emerge dalla necessità ontologica di comprendere la persona a partire dai suoi modi di essere sottende anche l’altro grande tema, quello dell’identità, che ripropone la questione del chi dell’agire e del sentire al livello della storia di una vita. Dire chi uno è implica infatti che ogni passione ed ogni azione individuali siano comprese nell’ambito di una dimensione temporale caratterizzata dal permanere della persona -designata dal nome proprio- come la stessa nel tempo. Entra qui in gioco la narrazione intesa come l’atto secondo cui l’esperienza pre-riflessiva viene riconfigurata attraverso il linguaggio in una trama che connettendo gli eventi in un racconto dà contemporaneamente forma all’identità personale (Ricoeur 1990). Se dunque il racconto permette di riconoscere le proprie esperienze come personali consentendo così di identificar-si, le differenti variazioni del racconto rifletteranno modalità diverse di far esperienza della propria esistenza. E’ a partire da queste considerazioni sul rapporto fra la dimensione pre-riflessiva e la sua configurazione narrativa che possiamo affrontare una tipizzazione psicologica della personalità ed una sua trasformazione nel tempo secondo le possibili tendenze emozionali che sedimentano nel corso dell’arco di vita e che si rispecchiano nella costruzione della storia di sé. In tal modo si apre un dialogo con la ricerca neuroscientifica (Bertolino e al. 2005; Rubino et al. 2006; Mazzola et al. 2010) ed una nuova visione della psicopatologia (Arciero, Bondolfi 2009). D’altro canto, è sul versante dell’appropriazione e della riconfigurazione dell’esperienza in un rinnovato racconto che invece si colloca l’intervento terapeutico. Se l’esperienza effettiva è un fenomeno storico l’interpretazione fenomenologica piuttosto che guidata da categorie apriori imposte all’esperienza concreta della persona, sarà ricavata dalla fatticità stessa del vivere. Come scriveva il giovane Heidegger: “…l’interrogare non è costruttivo, concettualmente deduttivo e dialettico, ma scaturisce dal che cosa (Was), dal quale dei fenomeni e vi si indirizza; nessuna domanda puramente concettuale, che sta per aria ed è infondata!”. E’ lungo questo cammino -che si lascia alle spalle la prospettiva teoretica che caratterizzava le analisi di Guidano- che la psicologia post-razionalista pone al centro delle sue ricerche la persona in carne ed ossa nella sua originaria storicità (Trujillo et al. 2009).