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La parabola del cieco post-razionalista 2: dal determinismo della teoria della reciprocità alla dottrina dello spazio autonomico

by Salvatore Blanco

Continuità, Cambiamento, Coerenza Sistemica e Complessità

Il titolo del congresso “Continuità, Cambiamento, Coerenza Sistemica e Complessità” e un rapido flashback degli ultimi trenta anni di studio e di ricerca clinica, nel riportarmi alla mente le vicissitudini connesse alla transizione dal determinismo paradigmatico degli anni settanta alle più recenti teorie della complessità (Blanco, Reda e Guidano, 1990), mi hanno fatto sentire come uno dei personaggi della parabola buddista “I ciechi e l’elefante”.

Succedeva in India tanto tempo fa, ma avviene ancora oggi ai nostri Congressi. Nel parco della città di Jetavana, come ogni giorno, dotti e scienziati litigavano furiosamente, si accapigliavano e si offendevano: ognuno pensava di sapere ciò che era giusto e ciò che era sbagliato e ognuno era convinto che era vero ciò che lui diceva ed errato quello che sostenevano gli altri. Litigavano su qualsiasi argomento e, nonostante fossero tutte persone colte e istruite, ognuno usava la propria sapienza per contraddire e offendere l’altro. Tra i saggi della città ce n’era uno che, per non cadere nei facili tranelli delle discussioni, viveva in disparte ma era sempre disposto ad accettare l’idea espressa da un’altra persona. Sarebbe potuto intervenire anche lui cercando di capire cosa diceva uno e cosa l’altro, ma rendendosi conto che non sarebbe servito a nulla entrare nella discussione decise di raccontare una storia che li aiutasse a riflettere.

La storia narrata era quella di un gruppo di sei ciechi e di un elefante: in un tempo molto antico, un re mandò a chiamare sei abitanti che erano nati ciechi e, dopo averli raccolti in una piazza, fece portare un elefante. Poi chiamando ad uno ad uno i ciechi diceva loro: “questo è un elefante, secondo te a cosa somiglia?” Il primo gli toccò l’orecchio grande e piatto e, sentendolo muoversi lentamente avanti e indietro, esclamò: “l’elefante è come un ventaglio”.
Il secondo toccò la zampa dell’elefante e affermò: “è come un albero”.
“Siete entrambi in errore l’elefante è simile a una fune”, disse il terzo nel palpare la coda dell’elefante. Quando il quarto toccò con la mano la punta aguzza della zanna esclamò: “l’elefante è come una lancia”. “No, no è simile a un’alta muraglia”, disse il quinto dopo aver tastato il fianco dell’elefante. Il sesto nell’afferrare la proboscide sostenne: “avete torto, l’elefante è come un serpente”. Discussero animatamente perché ognuno era assolutamente convinto di quello che aveva toccato: se uno diceva una muraglia e l’altro un serpente volavano insulti perché nessuno metteva in dubbio quello che aveva percepito toccando la parte del corpo dell’elefante.

Il re, vedendoli così convinti delle loro idee e litigiosi, decise di aiutarli a capire; a due a due li invitò a toccare quello che aveva toccato l’altro, chiedendo loro a cosa somigliasse. Così tutti cominciarono a dire quello che, precedentemente, aveva sostenuto l’altro, invertendo i ruoli. Come in un gioco, li invitò a parlare tra di loro e, alla fine, tutti si formarono l’idea di come in realtà l’elefante fosse. Tutti furono d’accordo che era come una muraglia sostenuta da alberi e tirata da una fune, con un serpente nel mezzo e ai lati due lance con due ventagli sopra. Dopo che il saggio ebbe finito di raccontare questa storia, disse: “miei cari amici voi fate la stessa cosa. Ritenendo di avere la certezza di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, di ciò che è bene e di ciò che è male, litigate, vi accapigliate e v’insultate. Se ognuno di voi parlasse e ascoltasse l’altro, la verità vi apparirebbe nella complessità delle sue molteplici possibili forme”.

La nostra storia comincia i primi anni ’70, quando io e Mario Reda, come i ciechi della parabola, durante il trattamento in biofeedback (BFB) di pazienti affetti da ansia cronica, ci imbattemmo in alcune incongruenze rispetto alla teoria, all’epoca in voga, dell’inibizione reciproca fra branche simpatica e parasimpatica del Sistema Nervoso autonomo (SNA). Con sorpresa e sgomento, notammo che in alcuni pazienti con sintomatologia agorafobica, alla diminuzione della tensione muscolare corrispondeva un notevole aumento della conduttanza cutanea (GSR), presa da noi come indice dell’arousal autonomico. In quegli anni, la risposta elettrodermica era concordemente riconosciuta come un parametro che forniva indicazioni significative sullo stato emozionale di un individuo; per cui un suo rapido incremento dal livello basale, che invece forniva informazioni sullo stato generale di vigilanza, rappresentava un indice attendibile di una risposta di ansia. In base ai principi dell’inibizione reciproca, ci saremmo aspettati una diminuzione dell’arousal simpatico conseguente al rilassamento muscolare; ma nei soggetti agorafobici, contrariamente alle nostre aspettative, osservammo costantemente una reazione di allarme (rilevata dall’aumento significativo della conduttanza) sin dai primi tentativi di rilassamento muscolare. Tali osservazioni erano confermate dallo STAI X-1 (Scala di autovalutazione per l’ansia di stato di Spielberger) i cui punteggi, in prossimità della delle fasi di rilassamento muscolare, tendevano ad aumentare: in alcuni casi l’ansia post-seduta era superiore a quella pre-seduta. Ulteriore sostegno all’ipotesi di una reazione di allarme e di ansia a sensazioni e percezioni di ridotto tono muscolare erano le verbalizzazioni di questi pazienti che esprimevano sensi di depersonalizzazione e di derealizzazione quali: “… quando rilasso i miei muscoli mi vengono pensieri che mi creano ansia; … penso di diventare omosessuale o pazzo; … senso di stanchezza; … paura di cadere davanti o dietro; … perdita della posizione degli arti nello spazio come se avessi molte mani che si estendono nello spazio verso l’alto; … mi sembra di avere la destra sul bracciolo sinistro e viceversa; … avevo deciso di non rilassarmi troppo; … non voglio perdere il controllo e poi più mi rilasso e più mi sembra di essere eccitato; … sensazione di precipitare; … devo stare sempre all’erta per paura di cadere o ruotare verso sinistra; … quando mi rilasso sento freddo; … mi sembra d’essere irrigidito … come una tavola; … sensazione di fatica mentale”.

Tale risposta, definita da noi allora come “paradossale”, nonostante si riducesse durante l’addestramento col BFB, persisteva nel tempo e tendeva a ripresentarsi al follow-up (Congia e coll., 1982; Blanco e coll., 1982; 1982a; 1982b; 1982c; 1983; 1984). Poichè i dati registrati erano incongruenti con la teoria della reciprocità, anche se confermati dalle osservazioni cliniche di altri autori (Gelder e Marks, 1966; Gelder, Marks and Wolff, 1967), furono da noi ritenuti degli artefatti sperimentali o al massimo delle anomalie personologiche da correggere; questo in accordo con gli altri clinici che avevano riscontrato le difficoltà dei soggetti con sintomatologia fobica ad apprendere il rilassamento e gli scarsi risultati che avevano su di loro le tecniche usuali di rilassamento, training autogeno, ipnosi e la desensibilizzazione sistematica (DS) nelle sue forme classiche, nonché la scarsa efficacia del trattamento con benzodiazepine. Convinti che si trattassero degli errori di varianza o delle anomalie personologiche, nel 1984, io e Mario Reda, nel libro dal titolo “Terapia in Medicina Comportamentale”, pubblicammo un articolo dal titolo “Risposta paradossale dei pazienti agorafobici all’EMG-BFB training”. Le conseguenti strategie terapeutiche da noi adottate consistevano nel addestrare i pazienti al controllo della conduttanza cutanea durante la diminuzione del tono muscolare (dal 1969 grazie a Neal Miller, il SNA non era considerato più involontario) e alla ristrutturazione cognitiva delle attribuzioni di significato circa il rilassamento muscolare etichettato come perdita di controllo.

In questa nostra fase scientifica e clinica, i principi del corpus dottrinale della Behavior Therapy (Schachter e Singer, 1962; Bandura, 1969) sembravano soddisfare la dimensione metodologica che andavamo cercando, giacché ci mettevano a disposizione metodi di osservazione, di rilevazione dei dati clinici e d’intervento terapeutico alternativi a quelli psicoanalitici o, in generale, a quelli tradizionalmente in uso negli ambienti accademici. Per cui nel rivolgerci all’individuo in termini di principi dell’apprendimento classico e operante, consideravamo il comportamento umano alla stregua di un congegno di precisione regolato, passo dopo passo, dal gioco delle contingenze che le azioni acquistavano con l’ambiente circostante (Blanco et al., 1990).

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