{"id":1062,"date":"2018-06-01T18:42:49","date_gmt":"2018-06-01T16:42:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.terapiacognitiva.eu\/tc\/?p=1062"},"modified":"2023-10-16T13:28:32","modified_gmt":"2023-10-16T11:28:32","slug":"vittorio-guidano-fondatore-postrazionalismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.terapiacognitiva.eu\/tc\/vittorio-guidano-fondatore-postrazionalismo\/","title":{"rendered":"Vittorio Guidano, il padre fondatore del Post-razionalismo"},"content":{"rendered":"<h2><strong>Vittorio Guidano<\/strong>: la vita e l&#8217;opera<\/h2>\n<h3><b>Vittorio Filippo Guidano<\/b>&nbsp;(Roma,&nbsp;14 agosto&nbsp;1944&nbsp;\u2013&nbsp;Buenos Aires,&nbsp;31 agosto&nbsp;1999) \u00e8 stato uno&nbsp;psichiatra&nbsp;italiano.<\/h3>\n<div>Laureatosi in Medicina nel&nbsp;1969, si specializza in Neuropsichiatria nel&nbsp;1972. Nello stesso anno \u00e8 uno dei fondatori della&nbsp;<i>Societ\u00e0 Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale<\/i>&nbsp;(SITCC), di cui fu anche Presidente. Ha insegnato fino al&nbsp;1985&nbsp;presso l&#8217;Universit\u00e0 &#8220;La Sapienza&#8221; di Roma.<\/div>\n<div><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Vittorio_Guidano\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Vittorio Guidano<\/a> viene considerato il fondatore del&nbsp;<a title=\"Cognitivismo post-razionalista\" href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Cognitivismo_post-razionalista\">cognitivismo post-razionalista<\/a>, orientamento teorico basato sui presupposti epistemologici del&nbsp;<a title=\"Razionalismo critico\" href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Razionalismo_critico\">razionalismo critico<\/a>&nbsp;e dell&#8217;<a class=\"new\" title=\"Epistemologia evolutiva (la pagina non esiste)\" href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/w\/index.php?title=Epistemologia_evolutiva&amp;action=edit&amp;redlink=1\">epistemologia evolutiva<\/a>, e della centralit\u00e0 che viene attribuita alle emozioni all&#8217;interno del processo di conoscenza umano.<\/div>\n<div>&nbsp;<\/div>\n<h3><span style=\"font-size: 20px; font-weight: bold;\">Percorso storico:<\/span><\/h3>\n<div>\n<p>Dal comportamentismo al Post-Razionalismo (tratto dal sito dell&#8217;<a href=\"https:\/\/www.ipra.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">IPRA<\/a>)<\/p>\n<div>Nel tracciare il profilo evolutivo delle vicissitudini fra teoria e pratica di un terapista cognitivo \u00e8 forse utile soffermarsi brevemente sugli aspetti che, nell\u2019intraprendere la carriera psicoterapeutica, lo hanno fortemente orientato verso l\u2019individuazione di uno specifico orientamento che in pochi anni sarebbe sfociato nel cognitivismo contemporaneo. Durante il corso di laurea in Medicina i miei interessi si erano andati concentrando, pressoch\u00e9 esclusivamente, sulla biologia molecolare e sulla ricerca pura, carriera che forse avrei intrapreso se le trasformazioni socio-culturali avviate dal \u201968 non avessero dirottato prepotentemente la mia attenzione sul \u201csociale\u201d. Guardare al sociale con l\u2019ottica della ricerca pura per me voleva dire, allora, cercare di studiare scientificamente il funzionamento di base dell\u2019individuo, ovverosia delle unit\u00e0 elementari di cui ogni fenomeno sociale mi sembrava inestricabilmente composto. Tuttavia, nel corso della specializzazione in psichiatria, mentre, da un lato l\u2019approccio medico-organicista accademico mi lasciava del tutto indifferente, dall\u2019 altro l\u2019enfasi che ponevo sulla scientificit\u00e0 ed il rigore metodologico mi precludeva qualsiasi approccio verso la psicoanalisi facendomela anzi apparire come una sorta di prototipo del metodo da evitare. Questa presa di posizione ha svolto senz\u2019altro un ruolo cruciale nella mia formazione dato che, per far fronte alle critiche che mi piovevano addosso dalla maggior parte dei miei colleghi, mi vidi costretto ad approfondire sia la psicologia scientifica di base che gli aspetti epistemologici alla base del metodo scientifico. Da un lato ci\u00f2 mi consent\u00ec di elaborare una ferrea metodologia di osservazione che si basava sull\u2019applicazione in psicologia e psicopatologia delle formulazioni che il positivismo logico aveva assunto ad opera di Wittgenstein e del Circolo di Vienna; dall\u2019altro mi insegn\u00f2 sempre pi\u00f9 a rivolgermi ai temi epistemologici e metodologici di fondo nel tentativo di trovare risposte plausibili ai problemi che avvertivo nel portare avanti la prospettiva cui mi sentivo legato. Solo qualche anno dopo mi sarei imbattuto in un passo di Popper che esprime in modo chiaro ed elegante quanto da allora sostengo ogni qualvolta intravedo che le mie pretese di scientificit\u00e0 (rimaste pi\u00f9 o meno immutate da allora) possano essere lette come \u00abriduzioniste\u00bb, vale a dire come un modo di negare, in ultima analisi, l\u2019esistenza di una vita interiore:&nbsp;\u201cio non nego l\u2019esistenza di esperienze soggettive, di stati mentali, di intelligenze e di menti; anzi credo che tutte queste cose siano di estrema importanza. Ma penso che le nostre teorie su queste esperienze soggettive o su queste menti, debbano essere altrettanto oggettive quanto le altre teorie. E per teoria oggettiva io intendo una teoria che sia discutibile, che possa essere esposta alla critica razionale, preferibilmente una teoria che possa essere controllata: una teoria che non faccia appello esclusivamente alle nostre intuizioni soggettive\u201d.<\/div>\n<div>Rimaneva ad ogni modo il problema di individuare una dimensione consona con le regole del metodo scientifico lungo la quale sviluppare una prospettiva sistematica di ricerca e di vita professionale. Gli orientamenti di terapia familiare che proprio allora si andavano sempre pi\u00f9 chiaramente delineando sull\u2019impulso dei lavori del gruppo di Palo Alto, pur potendo rientrare per metodo in una dimensione di questo genere, non collimavano invece con il mio interesse che era rimasto essenzialmente concentrato sul funzionamento del singolo individuo. Dall\u2019esame della letteratura clinico-scientifica di quel periodo solo quel settore della psicologia sperimentale che andava sotto il nome di principi dell\u2019apprendimento (social learning theories, Bandura, 1969) sembrava poter rientrare nella dimensione metodologica che andavo cercando, tanto pi\u00f9 che le sue applicazioni cliniche, configuranti il corpus dottrinale della terapia del comportamento (behavior therapy) mettevano a disposizione metodi di osservazione e rilevazione dei dati clinici e di intervento terapeutico alternativi a quelli psicoanalitici o a quelli tradizionalmente in uso negli ambienti accademici. In poche parole, l\u2019adesione al metodo scientifico nello studio dei meccanismi di base del funzionamento individuale all\u2019interno di un setting d\u2019osservazione psicoterapeutico \u00e8 stata senz\u2019altro la dimensione evolutiva entro la quale ha preso forma volta per volta l\u2019interdipendenza dialettica fra teoria e pratica t\u00e8rapeutica nel corso della mia evoluzione professionale. (\u2026.) Rivolgersi all\u2019individuo in termini di principi dell\u2019apprendimento classico ed operante consentiva di considerare il comportamento umano alla stregua di un congegno di precisione regolato passo dopo passo dal giuoco delle contingenze che le azioni acquistavano con l\u2019ambiente circostante. Ad esempio, il modo di fare di un agorafobico veniva visto come una sequenza di comportamenti di evitamento nei confronti di situazioni temute che si mantenevano nel tempo in quanto si associavano a conseguenze che il paziente avvertiva come positive, cio\u00e8 il sollievo dall\u2019ansia, e che quindi le rinforzavano (condizionamento operante); le situazioni temute (solitudine, posti chiusi ed affollati, ecc.), a loro volta, diventavano tali perch\u00e9 nel tempo si erano associate nella memoria al ricordo di pregressi malesseri che erano insorti spontaneamente e che avevano finito con l\u2019acquisire una connessione cronologica con situazioni-stimolo che di per s\u00e9 sarebbero state neutre (condizionamento classico). A questo punto la terapia del comportamento metteva a disposizione un repertorio di tecniche con le quali tentare di disconnettere le contingenze di apprendimento evidenziate dall\u2019analisi comportamentale precedentemente condotta. Cos\u00ec, l\u2019associazione autorinforzantesi fra evitamento e sollievo dall\u2019 ansia veniva \u201cindebolita\u201d addestrando il paziente ad una graduale esposizione in vivo alle situazioni ansiogene, mentre si bloccava sin dall\u2019inizio qualsiasi possibilit\u00e0 di evitamento e si faceva lega sugli effetti positivi che derivavano dall\u2019essere in grado di affrontare ci\u00f2 che si temeva; la reattivit\u00e0 neurovegetativa cronologicamente associata a situazioni di per s\u00e9 neutre, d\u2019altro canto, veniva affrontata con procedure tipo la desensibilizzazione sistematica, (Wolpe, 1958), vale a dire addestrando il paziente ad immedesimarsi in quelle situazioni in uno stato di completo rilassamento; quest\u2019ultimo, essendo ritenuto antitetico all\u2019ansia, si presumeva fosse in grado di neutralizzarla progressivamente. In questo modo l\u2019intera gamma di situazioni problematiche veniva ripetutamente affrontata tramite un succedersi graduale ma continuo di desensibilizzazioni ed esposizioni in vivo. Gli effetti retroattivi di questa prassi terapeutica erano curiosamente contrastanti ed ambivalenti; da un lato, infatti, l\u2019impostazione teorica che la guidava ne usciva fortemente avvalorata, dato che il pi\u00f9 delle volte si ottenevano in breve tempo ed in modo eclatante miglioramenti consistenti che spesso si mantenevano nel tempo; dall\u2019altro lato, per\u00f2, affiorava in modo sempre pi\u00f9 consistente uno spiacevole senso di discrepanza allorch\u00e9 si tentava, usando la medesima impostazione teorica, di arrivare ad una spiegazione completa ed esauriente di quanto si era avuto modo di osservare nel corso della terapia. Inoltre, spesso appariva assolutamente chiaro come il miglioramento prodottosi fosse il risultato di atteggiamenti terapeutici non-intenzionali o, comunque, non direttamente connessi alla strategia terapeutica che si stava portando avanti, segno evidente che, senza accorgersene, il terapista operava con modalit\u00e0 che non conosceva su meccanismi cruciali del paziente non sarebbe stato in grado di descrivere. (\u2026.) In poche parole, all\u2019incirca 2 o 3 anni di pratica behavioristica avevano reso sempre pi\u00f9 insanabile la discrepanza fra l\u2019armamentario di tecniche comportamentali, i cui risultati erano a dir poco incoraggianti, ed il limitato potere esplicativo dei principi dell\u2019apprendimento sui quali tali tecniche si basavano; se si metteva a fuoco questa discrepanza diventava infine chiaro che attivit\u00e0 cognitive quali le aspettative, la memoria, il pensiero, ecc. dovevano svolgere un ruolo cruciale nel mediare la risposta comportamentale allo stimolo ambientale, cosa del resto dimostrata anche dall\u2019uso massimo dell\u2019immaginazione nelle tecniche comportamentali sebbene i principi del condizionamento classico ed operante non riuscissero a giustificare in alcun modo la presenza. La crisi del behaviorismo, messo in discussione pi\u00f9 dalla sua teoria che dalla sua prassi, pur facendosi sempre pi\u00f9 netta ed irreversibile si accompagnava, d\u2019altra parte, ad un notevole entusiasmo per la grossa ventata di novit\u00e0 che si avvertiva appena dietro l\u2019orizzonte. All\u2019inizio degli anni \u201970, infatti, grazie alla teoria dell\u2019informazione ed alla I cibernetica, la psicologia scientifica di base si occupava sempre pi\u00f9 del linguaggio, dei processi analitici di pensiero, dell\u2019immaginazione, del problem-solving, ecc., fornendo in tal modo tutta una serie di dati che permettevano di capire come l\u2019elaborazione delle informazioni ambientali fosse alla base sia delle emozioni che delle azioni esibite da un individuo nella situazione osservata. (\u2026) L\u2019attesa non and\u00f2 delusa e la rivoluzione cognitiva che si verific\u00f2 in quegli anni port\u00f2 ad una concezione dell\u2019uomo essenzialmente diversa da quella di un animale \u201cedonistico\u201d il cui comportamento veniva regolato passo dopo passo da giuoco alternato di premi e punizioni. Una metafora molto in voga a quel tempo paragonava il comportamento di ogni essere umano a quello di uno scienziato, vale a dire, cos\u00ec come tutta l\u2019attivit\u00e0 di studio o di ricerca di uno scienziato \u00e8 coordinata e diretta dalla teoria scientifica da lui seguita, allo stesso modo il comportamento di un individuo \u00e8 regolato e diretto momento per momento dalla teoria su di s\u00e9 ed il mondo in cui egli aderisce (cfr. Mahoney, 1974). A sua volta, la teoria di s\u00e9 e del mondo del soggetto era considerata simile ad un sistema di convinzioni ordinato gerarchicamente che ne dirigevano sia le azioni che le emozioni, funzionando quindi alla stregua del programma di un calcolatore che una volta inserito determina pressoch\u00e9 completamente qualsiasi tipo di output cui la macchina d\u00e0 luogo. Infine, come il programma di un calcolatore dipendeva da un ordine logico-matematico esterno su cui si basava, allo stesso modo la teoria di s\u00e9 e del mondo di un soggetto dipendeva da un ordine esterno oggettivo ed univoco, gi\u00e0 comprendente in s\u00e9 il senso delle cose, da cui tale teoria traeva validit\u00e0 e fondamento. La rappresentazione di s\u00e9 e del mondo \u00e8 il risultato di un processo cognitivo caratterizzato da una direzionalit\u00e0 che va dall\u2019esterno verso l\u2019interno, cio\u00e8 dalla realt\u00e0 al soggetto. L\u2019elaborazione dei dati sensoriali, che \u00e8 alla base del sistema gerarchico di convinzioni, \u00e8 il fondamento stesso di ogni possibile rappresentazione. La validit\u00e0 di un sistema di convinzioni individuale \u00e8 definita dall\u2019oggettivit\u00e0 ed univocit\u00e0 dell\u2019ordine esterno che, a sua volta, \u00e8 equiparato con gli assiomi logici della razionalit\u00e0. In altre parole, la conoscenza proviene dai sensi ed \u00e8 valida in quanto razionale. Il passaggio sul piano c1inico-terapeutico risultava abbastanza immediato. Se la conoscenza individuale \u00e8, in ultima analisi, una copia interna pi\u00f9 o meno consona con l\u2019ordine esterno da cui deriva, la psicopatologia verr\u00e0 a coincidere con il grado di non-corrispondenza con l\u2019ordine oggettivo delle cose; d\u2019altra parte, qualsiasi modificazione del sistema di convinzioni individuale che lo facesse risultare pi\u00f9 consono con gli assiomi della razionalit\u00e0, sarebbe sfociata in un miglioramento sintomatologico dato che avrebbe coinciso con un maggior grado di corrispondenza con quello stesso ordine. Si presumeva, infatti, che le emozioni disturbanti dipendessero da altrettante convinzioni irrazionali, e che modificando quest\u2019ultime sarebbero cambiate anche le prime (cfr. Schachter e Singer, 1962). Il perno della strategia terapeutica consisteva, pertanto, nel ricostruire tramite un\u2019analisi cognitiva accurata il sistema di convinzioni del paziente, dopo averne individuato quelle irrazionali e delineando i collegamenti che esse avevano con azioni ed emozioni corrispondenti, procedere ad una loro ristrutturazione sistematica (Beck, 1976; Ellis, 1962; Kanfer e Goldstein 1975; Meichenbaum, 1977). Verso la met\u00e0 degli anni \u201970, questo atteggiamento terapeutico produsse una carica di entusiasmo non indifferente ed una notevole curiosit\u00e0 verso tutto ci\u00f2 che era \u201ccognitivo\u201d o \u201cinterno\u201d; da un lato, infatti, elevarsi al di sopra della impostazione behaviorista faceva intravedere paesaggi fino ad allora insospettabili, dall\u2019altro era un po\u2019 come violare, finalmente, la famosa \u00abscatola nera\u00bb da troppo tempo avvolta da misteri invitanti. Tuttavia, dopo circa 2-3 anni di pratica cognitiva cominci\u00f2 nuovamente ad affiorare un senso, via via pi\u00f9 fastidioso, di discrepanza fra la logica linearit\u00e0 dell\u2019impostazione teorica e la multiforme complessit\u00e0 che la pratica terapeutica finiva poi con l\u2019assumere. C\u2019\u00e8 da dire, d\u2019altro canto, che la dimestichezza con l\u2019analisi cognitiva consentiva ora di entrare in contatto con fenomeni e con processi che non era pi\u00f9 possibile trascurare considerandoli \u201cmentalistici\u201d, come accadeva ai tempi del behaviorismo, e questo acuiva ancor pi\u00f9 la discrepanza. Appariva chiaro, ad esempio, che l\u2019elicitazione di emozioni coinvolgenti per intensit\u00e0 e qualit\u00e0 nel corso della relazione terapeutica era in grado di per s\u00e9 di produrre cambiamenti significativi, senza che fosse necessario l\u2019intervento di tecniche codificate di ristrutturazione cognitiva, e questo era difficile da spiegare conservando l\u2019impostazione usuale. Ho sempre netto il ricordo di una grave paziente anoressica che and\u00f2 incontro ad un notevole e persistente cambiamento con totale remissione sintomatologica, subito dopo aver avuto una violenta discussione con me come conclusione di una estenuante situazione competitiva e prima ancora che avessi potuto portare a termine l\u2019analisi del suo sistema di convinzioni. Un altro aspetto che balzava sempre pi\u00f9 agli occhi era che continuando ad operare su sequenze pi\u00f9 o meno isolate di convinzioni, emozioni ed azioni ci si metteva nella condizione di non poter spiegare la continuit\u00e0 e coerenza interna esibite da ogni conoscenza individuale sia all\u2019interno dei vari domini di esperienza che nel corso delle trasformazioni cui andava incontro durante il ciclo di vita. In altre parole, sembrava che il significato personale alla base di un sistema di convinzioni individuale, diversamente dalle singole convinzioni, fosse molto meno suscettibile di trasformazioni significative e tendeva a persistere inalterato anche a dispetto di cambiamenti consistenti. (\u2026) Le considerazioni che in questo modo si andavano traendo evidenziavano, quindi, come questa scatola nera fosse molto pi\u00f9 complessa di quanto non avesse lasciato supporre l\u2019entusiasmo iniziale; tale complessit\u00e0, inoltre, era confermata dalla psicologia cognitiva sperimentale che nel frattempo era andata mano mano elaborando modelli sempre pi\u00f9 sofisticati e multi-livellari di ragionamento astratto, problem-solving, procedure di decision-making, ecc. Tutto ci\u00f2 faceva risaltare ancor pi\u00f9 come di fronte ad una attivit\u00e0 cognitiva poliedrica e pluri-articolata l\u2019unico strumento terapeutico codificato rimanesse, in fondo, quello della persuasione, visto che tali apparivano le tecniche di ristrutturazione razionale sistematica alla luce della psicolinguistica strutturale e costruttivista che ormai andava sempre pi\u00f9 chiaramente delineandosi. Occorreva mutare di nuovo atteggiamento anche se era chiaro che, a differenza di quanto accaduto qualche anno prima al tempo della crisi behaviorista, non sarebbe stato pi\u00f9 possibile continuare ad ampliare quello stesso paradigma empirista-associazionista che fino ad allora aveva in qualche modo funto da punto di riferimento. In primo luogo, era evidente che ormai il paradigma empirista era stato ampliato fino ai limiti massimi, oltre i quali la sua stessa impalcatura non avrebbe potuto reggere; come si dice nel gergo colorito della vita quotidiana \u201cera stato raschiato il fondo della pentola\u201d. In secondo luogo, il problema non era quello di inserire questa o quella novit\u00e0 per riuscire a spiegare questa o quella anomalia, si avvertiva, invece, l\u2019esigenza di modificare concetti base quali \u201corganismo\u201d, \u201cconoscenza\u201d, \u201crealt\u00e0\u201d, \u201coggettivit\u00e0\u201d, ecc. Cos\u00ec alla fine degli anni \u201970 mi ritrovai in una situazione per certi versi analoga a quella sperimentata molti anni prima allorch\u00e9 cominciando a lavorare come terapista mi ero visto costretto ad approfondire argomenti e metodi per portare avanti una metodologia alternativa a quella psicoanalitica. Pur se con altre prospettive e sotto l\u2019influenza di altre esperienze anche ora, infatti, bisognava rivolgersi ai temi epistemologici di fondo ed in particolare rivedere gli assiomi-base dell\u2019impostazione empirista tradizionale che sino ad allora aveva permeato di s\u00e9 tutta la psicologia scientifica. (\u2026) La prospettiva di base dell\u2019empirismo \u00e8 che esiste una realt\u00e0 esterna, unica ed oggettivamente data e che un osservatore imparziale, sulla base delle impressioni sensoriale che ne riceve (corrispondenti ad una sorta di \u201cistantanee\u201d di questa realt\u00e0), pu\u00f2 arrivare a ricostruire in quanto tale l\u2019ordine oggettivo nel quale viviamo. Questa imparzialit\u00e0 dell\u2019osservatore corrisponde in pratica ad una sua passivit\u00e0 nell\u2019interazione con il mondo, visto che in quest\u2019ottica ogni organismo finisce con l\u2019essere considerato semplicemente come \u201crispondente\u201d ad un ordine esterno nel quale il senso delle cose \u00e8 gi\u00e0 oggettivamente contenuto e che definisce univocamente il significato di un input prima ancora che l\u2019organismo lo riceva. Tuttavia, se si prendevano in considerazione con la dovuta attenzione i dati offerti dalla convergenza interdisciplinare verificatasi alla fine degli anni \u201970 fra teoria dei sistemi, II cibernetica, termodinamica irreversibile, scienza cognitiva, epistemologia evolutiva, ecc. si arrivava pressoch\u00e9 inevitabilmente ad un mutamento radicale della nozione di realt\u00e0 e di organismo, e, quindi, ad un cambiamento del rapporto osservato-osservatore (cfr. Bocchi e Ceruti, 1986; Weimer, 1979). Lungi dal sembrare univoca ed oggettivamente data una volta per tutte, la realt\u00e0 appare, invece, come una rete di processi strettamente interconnessi fra loro ed articolati in livelli multipli di interazione, i quali, sebbene simultaneamente presenti, sono fra loro irriducibili. L\u2019osservatore, dal canto suo, non \u00e8 pi\u00f9 nella posizione privilegiata ed imparziale di chi, essendo esterno all\u2019oggetto che osserva, pu\u00f2 coglierne oggettivamente le caratteristiche e le propriet\u00e0. Al contrario, egli con la sua osservazione introduce un ordine in questa rete di processi interconnessi, grazie al quale le possibili ambiguit\u00e0 inerenti alle interazioni multiple e simultanee che hanno luogo continuamente acquistano, invece, ai suoi occhi caratteristiche di univocit\u00e0 e necessariet\u00e0. In altre parole, ogni osservazione, lungi dall\u2019essere esterna e quindi \u201cneutra\u201d, \u00e8 invece autoreferenziale, riflette sempre se stessa, e cio\u00e8 l\u2019ordine percettivo su cui si basa piuttosto che le qualit\u00e0 intrinseche dell\u2019oggetto percepito. Questo mutamento sostanziale della prospettiva osservatore\/osservato, sottolineando il ruolo attivo e costruttivo dell\u2019osservatore, portava conseguentemente ad una riformulazione della nozione di organismo, la cui autonomia veniva definita in termini di capacit\u00e0 di autoregolazione e di mantenimento della propria identit\u00e0 di sistema. Lungi dall\u2019essere la mera riflessione di un ordine esterno, l\u2019ordinamento della realt\u00e0 in un set di regolarit\u00e0 prevedibili e quindi comprensibili \u00e8, invece, la costruzione autoreferenziale di un sistema che, proprio plasmando un suo ordine all\u2019interno di un fluire di stimoli continuamente mutevole e multiforme, definisce al tempo stesso la sua individualit\u00e0 ed identit\u00e0 come sistema. Nella costruzione di quell\u2019ordinamento della realt\u00e0 che, comunemente, chiamiamo \u201cesperienza\u201d, i processi conoscitivi hanno un ruolo assolutamente centrale, anche se l\u2019epistemologia evolutiva ha ormai messo bene in evidenza come la conoscenza non sia soltanto attivit\u00e0 cognitiva, cio\u00e8 legata al pensiero e quindi alla logica e alla razionalit\u00e0, ma anche e soprattutto attivit\u00e0 motoria ed emotiva, e quindi legata a meccanismi taciti ed analogici. La logica autoreferenziale che presiede all\u2019auto-organizzazione di un sistema conoscitivo individuale ne regola anche il suo mantenimento nel corso del ciclo di vita; grazie alla capacit\u00e0 di trasformare le perturbazioni che provengono dall\u2019interazione con l\u2019ambiente in informazioni significative rispetto al suo ordinamento dell\u2019esperienza, l\u2019adattamento del sistema viene infatti ad identificarsi non tanto con il raggiungimento di un equilibrio statico e circolare di tipo omeostatico, quanto piuttosto con un processo a direzionalit\u00e0 progressiva di mantenimento della coerenza interna che ha luogo tramite un continuo spostamento del punto di equilibrio raggiunto. Il divenire temporale di un sistema conoscitivo individuale appare, quindi, come un processo aperto di incessante assimilazione d\u2019esperienza caratterizzato dall\u2019emergere discontinuo, lungo l\u2019intero arco di vita, di livelli pi\u00f9 strutturati ed integrati di conoscenza di s\u00e9 e del mondo; l\u2019affiorare di livelli pi\u00f9 strutturanti di conoscenza \u00e8 sempre il risultato dell\u2019assimilazione di squilibri e discrepanze prodottesi nel corso dell\u2019esperienza mentre la qualit\u00e0 della riorganizzazione del significato personale che ne risulta dipende dal modo in cui tali discrepanze sono state integrate. Il livello di consapevolezza che un sistema ha del proprio funzionamento riveste, quindi, un ruolo cruciale nell\u2019indirizzare un processo di riorganizzazione in corso verso una direzione di crescita personale o di \u201cstallo\u201d esistenziale pi\u00f9 o meno costellato di disturbi emotivi. Pertanto i \u201csintomi\u201d che un sistema pu\u00f2 esibire in una qualsiasi fase del suo ciclo di vita debbono essere considerati alla stregua di processi conoscitivi in piena regola che evidenziano i tentativi di cambiamento infruttuosi derivanti da un livello di consapevolezza ridotto e\/o distorto che impedisce una piena e coerente assimilazione dell\u2019esperienza personale prodottasi. Questo modo di concepire un sistema conoscitivo individuale permetteva di derivare una \u201cteoria\u201d dell\u2019intervento terapeutico i cui contorni apparivano piuttosto ben differenziati rispetto a quella del cognitivismo tradizionale. Negli orientamenti cognitivi classici, saldamente legati alla prospettiva dell\u2019adultit\u00e0 come plateau omeostatico, il cambiamento terapeutico viene prevalentemente inteso come un recupero dell\u2019equilibrio adattivo che esisteva precedentemente l\u2019esordio sintomatologico. Tale recupero coincide sostanzialmente con un aumento delle capacit\u00e0 di autocontrollo nei confronti delle emozioni disturbanti e con la messa in atto di atteggiamenti pi\u00f9 \u201crazionali\u201d nei confronti delle situazioni critiche, ottenuto tramite una critica serrata e sistematica delle convinzioni \u201cirrazionali\u201d esibite dal paziente all\u2019analisi clinica. Negli approcci cognitivi ad orientamento sistemico, in cui il ciclo di vita \u00e8 visto essenzialmente come direzionalit\u00e0 progressiva della conoscenza individuale, la questione-base riguardante il cambiamento va incontro ad una riformulazione di questo genere: in che modo pu\u00f2 essere modificata la consapevolezza che il paziente ha del proprio funzionamento in modo tale che, proseguendo lungo la sua direzionalit\u00e0 progressiva, egli possa assimilare lo squilibrio prodottosi spostandosi verso un equilibrio pi\u00f9 dinamico ed integrato, non ancora esistente al momento. (Guidano, 1977, 1988a, 1988b; Mahoney, 1980, 1985; Reda, 1986; Rice e Greenberg, 1984). A questa strategia terapeutica corrisponde una metodologia che si contraddistingue rispetto a quella classica per due aspetti di fondo: l\u2019abbandono da parte del terapista del ruolo di osservatore privilegiato, imparziale ed obiettivo, il che comporta una rinuncia al primato della razionalit\u00e0, ed il perseguimento della comprensione da parte paziente delle dinamiche del suo significato personale anzich\u00e9 la persuasione ottenuta con confronti dialettici o trucchi relazionali o comportamentali. Nel cognitivismo classico la razionalit\u00e0 \u00e8 vista come un insieme di assiomi-standard di valore universale che configurano quell\u2019ordine esterno, univoco ed oggettivo, grazie al quale diventa possibile valutarne il grado di problematicit\u00e0 ed inconsistenza di qualsivoglia comportamento in esame. Il terapista, proprio in quanto depositario e garante di tali assiomi pu\u00f2 porsi, all\u2019interno della relazione terapeutica, con un ruolo privilegiato che gli consente di criticare oggettivamente l\u2019irrazionalit\u00e0 della condotta del paziente, mentre induce in vario modo, con vinzioni e comportamenti pi\u00f9 razionali. In altre parole, aderendo alla prospettiva di un ordine esterno che, essendo oggettivo ed immutabile per tutti, governa in modo univoco l\u2019andamento ed il senso delle vicende umane, la relazione terapeutica diventa uno strumento d\u2019ordine piuttosto che uno strumento d\u2019esplorazione personale grazie al quale il paziente possa riuscire gradualmente a cogliere, attraverso l\u2019apparente insensatezza delle emozioni spiacevoli che prova, le regole che governano la rigida coerenza del suo significato personale. Uno dei sensi pi\u00f9 sgradevoli che avvertivo ai miei esordi come cognitivista era proprio il vincolo a comportarmi come un depositario di verit\u00e0 che derivava da questo atteggiamento terapeutico ed infatti le terapie cognitive classiche finivano sempre col trasformare la relazione con il paziente in una sorta di corso didattico ad impronta scientifica, filosofica o pedagogica a seconda dell\u2019impostazione personale del terapista. D\u2019altra parte, se l\u2019ordinamento della realt\u00e0 in esperienza personale \u00e8 una costruzione autonoma da parte del sistema, viene allora a cadere ogni pretesa di poter identificare un qualsiasi punto di vista oggettivo ed esterno al paziente, che, in quanto tale, consente di valutare il grado di validit\u00e0 dei comportamenti osservati. Pi\u00f9 che un\u2019entit\u00e0 assoluta che consente di giudicare un atteggiamento in s\u00e9 indipendentemente da qualsiasi punto di vista, la razionalit\u00e0 ha, al contrario, una natura intrinsecamente relativista in quanto consente di definire il grado di adeguatezza allo scopo di un dato atteggiamento, qualora questo venga riferito allo specifico significato personale che lo ha prodotto e di cui fa parte. Se la si considera in un\u2019ottica evolutiva, infatti, la razionalit\u00e0 appare come una propriet\u00e0 emergente dei sistemi auto-organizzati connessa fin dall\u2019inizio con l\u2019elaborazione di regole d\u2019azione atte a mettere a punto comportamenti finalizzati-allo-scopo sempre pi\u00f9 efficienti ed a prova d\u2019errore. Se, quindi, la razionalit\u00e0 \u00e8 essenzialmente \u201cazione\u201d, essa non pu\u00f2 in alcun modo riferirsi a categorie logiche quali \u201cvero\u201d o \u201cfalso\u201d. La razionalit\u00e0 evidenzia semplicemente l\u2019autoreferenzialit\u00e0 che regola i processi di adattamento, specificando come l\u2019adattamento stesso consista non tanto nel raggiungimento di un obiettivo \u201cgiusto\u201d o \u201cvero\u201d in s\u00e9, quanto piuttosto di uno scopo la cui possibile utilit\u00e0 \u00e8 tale solo agli occhi del sistema in questione. \u00c8 evidente, quindi, che per ottenere un cambiamento terapeutico significativo un terapista cognitivo orientato in senso sistemico non pu\u00f2 pi\u00f9 limitarsi a giuocare il ruolo del \u00abpersuasore occulto\u00bb che induce comportamenti pi\u00f9 adattivi attraverso prescrizioni comportamentali, ingiunzioni o prescrizioni paradossali, ecc. Al contrario, dato che il raggiungimento da parte del paziente di una comprensione pi\u00f9 accurata ed esaustiva del proprio funzionamento rappresenta la variabile cruciale in grado di consentirgli un\u2019assimilazione pi\u00f9 adeguata dell\u2019esperienza problematica verificatasi, il terapista non sar\u00e0 pi\u00f9 in alcun modo interessato ad indurre nel paziente modificazioni comportamentali o relazionali che si verifichino al di fuori della sua consapevolezza. Pertanto, visto che l\u2019obiettivo non \u00e8 tanto che il paziente cambi convinzioni a tutti i costi, quanto piuttosto che egli divenga consapevole del suo modo di elaborare convinzioni, il terapista, fin dall\u2019inizio orienta l\u2019attenzione del paziente verso la graduale ricostruzione e comprensione delle regole sintattiche di base che governano gli aspetti invarianti delle emozioni e delle rappresentazioni critiche. Se all\u2019inizio della terapia questa strategia \u00e8 portata avanti mediante tecniche di auto-osservazione prevalentemente focalizzate sull\u2019hic et nunc, mano a mano che si procede con la comprensione essa si estende fino a comprendere la ricostruzione della storia di sviluppo personale. Far ripercorrere pi\u00f9 volte al paziente la sua storia di sviluppo \u00e8, senza dubbio, il processo che consente di ottenere il maggior livello possibile di distanziamento e decentramento nei confronti di certi schemi emozionali e cognitivi fortemente connessi al proprio senso di s\u00e9. I nuovi livelli di consapevolezza che in questo modo vengono gradualmente ad emergere avviano ulteriori riorganizzazioni nei dati passati che, a loro volta, innescano ulteriori processi di comprensione e cos\u00ec via.&nbsp;<strong><em>Vittorio F. Guidano&nbsp;<\/em><\/strong><strong><em>(1944 \u2013 1999)<\/em><\/strong><\/div>\n<ul>\n<li>\n<div>Guidano V.F., Liotti G. (1979). Elementi di Psicoterapia comportamentale. Roma: Bulzoni.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F., Liotti G. (1983). Cognitive processes and emotional disorders. New York: Guilford Press.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F. (1987). Complexity of the Self. New York: Guilford Press.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>(Trad. it. La complessit\u00e0 del S\u00e9. Torino: Bollati Boringhieri 1988).<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F. (1991). The Self in Process. New York: Guilford Press.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>(Trad. it. Il S\u00e9 nel suo divenire. Torino: Bollati Boringhieri 1992).<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F., Liotti G. (1985). A constructivistic foundation for cognitive therapy. In Mahoney M.J., Freeman A. (eds), Cognition and Psychotherapy (pp. 101-142). New York: Plenum Press.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F. (1988). A systems, processes-oriented approach to cognitive therapy. In Dobson K.S. (ed), Handbook of cognitive-behavioral therapies (pp. 307-354). New York: Guilford Press.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F. (1991). Affective change events in a cognitive therapy system approach. In Safran J.D., Greenberg L.S. (eds), Emotion, psychotherapy and change (pp. 50-79). New York:Guilford Press.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F. (1995). Constructivist psychotherapy: a theoretical framework. In Neimeyer R.A., Mahoney M.J. (eds), Constructivism in psychotherapy (pp. 93-108). Washington: American Psychological Association.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F. (1995). Self-observation in constuctivist psychotherapy. In Neimeyer R.A., Mahoney M.J. (eds), Constructivism in psychotherapy (pp. 155-168). Washington: American Psychological Association.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Guidano V.F. (1995). A constructivistic outline of human knowing processes. In Mahoney, M.J. (ed), Cognitive and Constructive psychotherapies: theory, research and practice (pp. 89-102). New York: Springer.<\/div>\n<\/li>\n<\/ul>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vittorio Guidano: la vita e l&#8217;opera Vittorio Filippo Guidano&nbsp;(Roma,&nbsp;14 agosto&nbsp;1944&nbsp;\u2013&nbsp;Buenos Aires,&nbsp;31 agosto&nbsp;1999) \u00e8 stato uno&nbsp;psichiatra&nbsp;italiano. Laureatosi in Medicina nel&nbsp;1969, si specializza in Neuropsichiatria nel&nbsp;1972. Nello stesso anno \u00e8 uno dei fondatori della&nbsp;Societ\u00e0 Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale&nbsp;(SITCC), di cui fu anche Presidente. Ha insegnato fino al&nbsp;1985&nbsp;presso l&#8217;Universit\u00e0 &#8220;La Sapienza&#8221; di Roma. 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