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Moveo Ergo Cogito: Sistemi Mirror e Inter-azione Terapeutica

XIX Congresso Post-razionalista, Ancona 2018

Neuroscienze e relazione terapeutica

“Divento Io nel Tu.
Ogni vita reale è incontro.
[…]  All’inizio è la relazione.”
Martin Buber, 1993

Il contesto

Nel 1990 io, Vittorio Guidano e Mario Reda abbiamo pubblicato un articolo in cui erano state esposte alcune riflessioni sulle vicissitudini teoriche personali che ci stavano portando verso il paradigma post-razionalista, attraverso il behaviorismo prima e il cognitivismo classico poi (Blanco, Guidano, Reda 1990). Testualmente abbiamo scritto: “[…] dopo qualche anno di pratica cognitiva e di relativa tranquillità, cominciammo a sentire un senso, sempre più fastidioso, di discrepanza fra la logica linearità dell’impostazione teoretica e la multiforme complessità che la pratica terapeutica finiva con l’assumere. Appariva chiaro, per esempio, che l’elicitazione, nel corso della relazione terapeutica, di emozioni coinvolgenti per intensità e qualità era di per sé in grado di produrre cambiamenti significativi, senza che fosse necessario l’intervento di tecniche codificate […]”, e ancora più avanti “[…] La relazione diventa uno strumento di esplorazione per mezzo del quale il paziente riesce a cogliere le regole che governano la rigida coerenza del proprio significato personale […]”.

Da allora il nostro interesse per la comprensione dei meccanismi taciti che operano all’interno della relazione terapeutica e, più in generale, della intersoggettività è andato nel tempo crescendo. Per studiare la struttura dei processi psicofisiologici e neurali che regolano il rapporto interpersonale e le interazioni fra terapeuta e paziente, abbiamo scelto di approfondire le osservazioni di allora nel contesto di un progetto di naturalizzazione del processo terapeutico. L’obiettivo consiste nell’esplorare i meccanismi nervosi che ci consentono di entrare in comunicazione con i nostri simili, di esprimere loro i nostri desideri, le nostre credenze, le nostre intenzioni, le nostre emozioni e, contemporaneamente, di comprendere ciò che gli altri fanno e perché lo fanno. Il fine ultimo, perciò, è quello di chiarire la connessione tra i meccanismi di funzionamento del cervello e le nostre competenze cognitive sociali, con particolare attenzione al setting psicoterapeutico.

Alcuni degli ambiti indagati da Vittorio Guidano (2007, 2008, 2010) negli ultimi anni della sua vita oggi possono essere analizzati più adeguatamente grazie ai dati che vanno emergendo dalle neuroscienze cognitive; esse rendono possibile studiare la soggettività, l’esperienza personale, l’approccio in prima persona alla realtà e l’intersoggettività in modo da poterli descrivere scientificamente senza limitarsi a comprenderli nel modo ineffabile dell’introspezione. Considerato che il tema dell’intersoggettività è inscindibilmente legato a quello del soggetto, ciò assume un peso di non poco conto permettendoci di affrontare e ricongiungere due tappe tematiche di estremo interesse scientifico per la costruzione identitaria della persona: il senso di presenza ovvero il carattere di immediatezza dell’esperienza percettiva, e la struttura di tale esperienza nell’incontro con l’altro.

Le modalità con cui si costruisce l’esperienza che facciamo del mondo, cercando di capire da dove traggono la propria validità e legittimità gli oggetti e, in particolare, gli altri soggetti di tale esperienza, è stato tema di interesse anche della fenomenologia, la corrente filosofica inaugurata da Husserl e poi portata avanti da altri autori (Heidegger, Merleau-Ponty, Ricœur, Lévinas, Patočka). Riteniamo necessario affiancare ai dati del brain imaging un’analisi descrittiva dettagliata dei processi percettivi, motori e cognitivi studiati in quanto le neuroscienze univocamente declinate come brain imaging rischiano di perdere gran parte del loro potere euristico. I risultati della ricerca empirica condotta dalle neuroscienze cognitive ci forniscono un valido contributo per una nuova formulazione di svariati problemi di natura filosofica e clinica che per decenni sono stati e ancora sono al centro della ricerca psicoterapeutica.

Partire da un’analisi dell’esperienza e dal ruolo che il corpo vivo situato nel mondo riveste nella costituzione del nostro esperire delle cose e degli altri, può consentire uno studio empirico degli aspetti strutturali della soggettività e dell’intersoggettività su basi nuove rispetto a quelle fin qui adottate dal cognitivismo classico, cioè senza eliminare gli aspetti in prima persona. Già Francisco Varela aveva intuito una possibilità simile e avviato un percorso di analisi in questa direzione (Varela e Shear 1999); il suo impegno è stato quello di fare interagire neuroscienze e fenomenologia, sia per naturalizzare gli studi sull’esperienza umana sia per fenomenologizzare le neuroscienze. Varela ha studiato durante tutta la sua vita il ruolo dell’interazione corpo-ambiente nei processi cognitivi, arrivando infine alla formulazione programmatica di un nuovo approccio allo studio della coscienza e dei processi cognitivi definito da lui neurofenomenologia. Per Varela (1996), la neurofenomenologia costituisce un approccio interdisciplinare allo studio del problema della coscienza capace di coniugare la metodologia empirica delle neuroscienze con l’analisi in prima persona propria della fenomenologia; in questo modo si può superare il dualismo cartesiano corpo/mente, mettendo al centro dell’indagine empirica il Leib, cioè il corpo vivo dell’esperienza, che può essere studiato tanto dal punto vista di un’analisi filosofica trascendentale quanto dal punto di vista dello studio empirico dei processi nervosi che lo sottendono.

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